lunedì 5 giugno 2017

Ritorno a Erto



“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuole dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquilli….”

Dopo aver letto queste parole ho deciso di tornare a casa, non so perché, ero ben decisa a non rivedere mai più questi posti e tanto meno chi ci vive, familiari compresi. Però mi si è mosso qualcosa dentro, le ho lette e la gola mi si è stretta come quando devi buttare fuori qualcosa in maniera talmente forte che vuoi piangere e gridare. Non l’ho fatto, neanche questa volta, ho mandato giù il groppo con un bicchiere d’acqua e sono andata a fare una passeggiata, poi sono tornata e ho preso il biglietto del treno per il fine settimana. Ed eccomi qui, sabato mattina in quell’Erto che avevo abbandonato, a due passi da quella diga maledetta. Ma per me qui tutto è maledetto, i negozi, le case, i prati: ricordi infami mi tornano alla mente, dopo quasi 10 anni non è cambiato nulla, solo la mia vita eppure non ho dimenticato.
Me ne sono andata sbattendo la porta a 19 anni, i miei non volevano che mi iscrivessi a lettere, non volevano che facessi la scrittrice, credevano solo che volessi assomigliare a lui, quell’uomo strano che ha scritto di questi boschi, che vive qui tra noi, che è uno di noi, che va all’osteria e intaglia il legno, che non si fa trovare dai giornalisti. Credevano che volessi essere come lui o come Tina Merlin, qui conoscono solo loro due e pensano che siano dei pazzi.
– Noi non siamo mica matti,– mi diceva mio padre – hai tante di quelle cose da fare qui. Se non vuoi lavorare la terra puoi andare a Longarone, cosa ti serve finire a Padova.
Abbiamo litigato tante, troppe volte, finché ho capito che non sarei arrivata da nessuna parte e così, finita la maturità, ho fatto le valigie. Una mattina sono scesa all’alba, come sempre, ma non ero pronta per portare le vacche al pascolo, avevo i jeans e una canotta.
Dove devi andare?
Me ne vado, la mia vita non è questa!
E dove pensi di andare?
A Padova!
Ancora questa storia? – mio padre era furibondo – Cosa pensi di fare lì? Le poco di buono vanno in città. Ti mangeranno.
Saprò cavarmela, io non voglio fare la vostra fine, voglio un’altra vita.
Sentii la guancia che pulsava e mi ritrovai piegata su me stessa, non avevo neanche sentito la sua mano, solo la sua forza, i suoi calli che graffiavano la pelle delle mie guance e la scalfivano.
Mi toccai dove sentivo il dolore e poi lo guardai in faccia:
Addio!– dissi salendo in camera.
Non durerai più di due giorni!
Mia madre piangeva, guardava e piangeva. Non ha mai fatto altro, mai preso posizione. Mai una parola di conforto, né una contro mio padre.
Uscii da quella porta con la chiara convinzione che non sarei più tornata, né mi sarei più fatta sentire, cosa di cui ero ancora convinta due giorni fa.

Scesa dall’autobus, vi avvio verso casa, su per quelle stradine di sassi, nate per i carri e per le mandrie, non per le auto. L’odore è rimasto uguale, mi fermo: sa di stalla e di prato, di tutte quelle erbe spontanee che coprono i pascoli. Anche i rumori non sono caambiati: le campane delle mucche in lontananza, gli uccelli che fischiettano, le donne che parlano dalle finestre talmente vicine che possono bere il caffè insieme rimanendo ognuna a casa propria. Riparto, c’è solo un rumore che stona e che blocca tutti gli altri, il mio trolley: non è fatto per la montagna, per il ciottolato che contraddistingue quel vicolo; sento gli sguardi da dietro le tende, non mi volto a guardare, non mi serve, vado avanti verso il momento più difficile: bussare a mia madre. In casa dovrebbe esserci solo lei, se c’è. Chissà, forse è morta o forse si sono trasferiti. Non so nulla di loro.
Suono il campanello, hanno ristrutturato gli infissi e tutta la casa ma il nome ancora non c’è, qui non serve, tutti si conoscono.
Mi apre la porta una bambina di circa sei anni, capelli castani e ricci raccolti in una coda alta, le guance rosse di chi sta all’aria aperta tutto il giorno. Mi guarda seria, non sorride. Io non parlo, forse i miei si sono trasferiti veramente.
Nonna, nonna, c’è una signora che ti assomiglia alla porta.
Arrivo subito!– sento la voce di mia madre dalla cucina. L’ha chiamata nonna, riguardo quella bimba e in effetti ha gli occhi chiari di mio fratello, le labbra carnose di Lucia, la sua fidanzata di allora. Mentre sto lì ad osservarla, non mi rendo conto che mia madre si è avvicinata alla porta e mi sta fissando.
Ciao mamma. – riesco a malapena a dirle con voce fioca.
La piccolina mi guarda, la guarda, mi riguarda: – Nonna, perché ti ha chiamato mamma?
Mia madre scrolla la testa, come se improvvisamente fosse tornata alla realtà grazie a questa vocina.
Lei è la zia della foto che ho in camera, te la ricordi?
Zia Sandra? – chiede incredula, guardando la nonna e poi me e poi di nuovo lei. Alla fine si decide e mi abbraccia – che bello zia, benvenuta!
Nessun bimbo mi aveva abbracciato prima, le appoggio una mano sulla schiena ma capisce che c’è qualcosa di strano, si allontana, mi guarda, mi prende la mano: – Vieni, entra, devo raccontarti un sacco di cose, tranquilla, non ti abbraccio più. Nonna, dai, falle il caffè.
La piccola mi trascina dentro, la seguo e mia madre fa strada verso la cucina. Non mi ha ancora rivolto la parola.
Ѐ tutto cambiato, la vecchia cucina non c’è più, ora ne hanno una marrone in perfetto stile montagna.
Io sono Elisabetta e sono la figlia di tuo fratello Giovanni e di mamma. Il nonno dice sempre che sei morta, ma io non ci credevo, anche perché la nonna mi diceva che saresti tornata. Vedi nonna, avevi ragione!
Eh già,– sono le prime parole che mia madre pronuncia sedendosi di fronte a me preparando la tazzina per il caffè. – Come stai?
Bene. – le rispondo con un sorriso lieve – qui avete cambiato tanto.
Quando tuo fratello si è sposato, abbiamo risistemato un po’ tutto.
Eh sì, noi abitiamo di sopra. – risponde Elisabetta – ma ora non posso portarti perché i miei fratellini dormono.
I tuoi fratellini?– chiedo incredula
Sì, Mattia a quattro anni e Silvia e Francesco due, sono gemelli! E i tuoi bambini dove sono?
Ehm...io non ho bambini.
Ah no? E perché?
Non so cosa rispondere, in fin dei conti non c’è un vero motivo per il quale io e Alberto non abbiamo ancora pensato ad avere figli.
Elisabetta non si fanno queste domande. – interviene mia madre
Scusa! – dice la piccola guardandomi con gli occhi pieni di vergogna.
Non ti preoccupare. In realtà non c’è un vero motivo, stiamo solo aspettando.
Ma hai il moroso?
Certo, si chiama Alberto e ha l’età del tuo papà.
E non avete ancora bambini?
Questa cosa sconvolgeva quella piccola più di qualsiasi altra notizia, neanche che una zia morta avesse bussato alla porta era più tremendo del fatto che a trent’anni non avessi ancora figli.
Dal piano di sopra si iniziano a sentire degli strilli.
Mia madre versa il caffè nelle tazzine e poi scompare sulle scale.
Si sono svegliati, vedrai sono terribili.
Davvero?
Sì, sì! Proprio tremendi.
Sorrido, quella bambina sembra fin troppo sveglia per la sua età. Assomiglia tantissimo a sua madre e così decido di chiederle della sua famiglia, anzi della nostra famiglia.
Mamma e papà dove sono adesso?
Papà è con il nonno al pascolo, fra poco tornano. Mamma è al negozio, lavora con sua sorella, vendono le cose di legno per i turisti, fra poco torna anche lei. Mangiamo tutti assieme e così ti vedranno.
Eh, non so se posso mangiare qui!
Certo che puoi, abitavi qui, poi dobbiamo far vedere al nonno che sei viva, non ci crederà.
Era la cosa che mi spaventava di più ma a Elisabetta non potevo dirlo.
Magari vengo solo a bere il caffè.
No, fermati per pranzo. Mi fa piacere e anche tuo fratello sarà felice di vederti. – dice mia madre tornando in cucina con un bimbo in braccio e due che la seguono
Ciao, – li saluto e loro ricambiano con la mano – e papà? Sei sicura che a lui vada bene?
Tranquilla zia, quando lo sento vado a dirglielo io così non sviene se ti vede! Lo so che i morti fanno paura, ma tu non sei morta.
Vai a prendere il pane con la zia, Elisabetta? – chiede mia madre guardandomi.
Ritorniamo fuiri, per quelle vie strette, giù di nuovo e poi subito a sinistra. Eccolo il panificio, sempre uguale. Non mi riconoscono, ma Elisabetta racconta a tutto chi sono, mi guardano straniti e mi salutano. Mi rendo conto che questi anni mi devono aver cambiata o forse, per tutti, io ero morta. In fin dei conti avevo rinnegato loro e questa terra.
Ritornammo a casa, Elisabetta mi stava raccontando di quello che combinavano i suoi fratelli, aprendo la porta sentii le voci di due uomini, mi affacciai alla porta della cucina piano, la piccola era davanti a me, corse in braccio al nonno urlando festosa:
Nonno, nonno guarda, la zia è viva. Guardale che bella che è!
I suoi occhi incrociarono i miei, erano più stanchi di dieci anni fa e meno arrabbiati. Non parlò, mi venne incontro e mi abbracciò.

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