lunedì 5 giugno 2017

Ritorno a Erto



“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuole dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquilli….”

Dopo aver letto queste parole ho deciso di tornare a casa, non so perché, ero ben decisa a non rivedere mai più questi posti e tanto meno chi ci vive, familiari compresi. Però mi si è mosso qualcosa dentro, le ho lette e la gola mi si è stretta come quando devi buttare fuori qualcosa in maniera talmente forte che vuoi piangere e gridare. Non l’ho fatto, neanche questa volta, ho mandato giù il groppo con un bicchiere d’acqua e sono andata a fare una passeggiata, poi sono tornata e ho preso il biglietto del treno per il fine settimana. Ed eccomi qui, sabato mattina in quell’Erto che avevo abbandonato, a due passi da quella diga maledetta. Ma per me qui tutto è maledetto, i negozi, le case, i prati: ricordi infami mi tornano alla mente, dopo quasi 10 anni non è cambiato nulla, solo la mia vita eppure non ho dimenticato.
Me ne sono andata sbattendo la porta a 19 anni, i miei non volevano che mi iscrivessi a lettere, non volevano che facessi la scrittrice, credevano solo che volessi assomigliare a lui, quell’uomo strano che ha scritto di questi boschi, che vive qui tra noi, che è uno di noi, che va all’osteria e intaglia il legno, che non si fa trovare dai giornalisti. Credevano che volessi essere come lui o come Tina Merlin, qui conoscono solo loro due e pensano che siano dei pazzi.
– Noi non siamo mica matti,– mi diceva mio padre – hai tante di quelle cose da fare qui. Se non vuoi lavorare la terra puoi andare a Longarone, cosa ti serve finire a Padova.
Abbiamo litigato tante, troppe volte, finché ho capito che non sarei arrivata da nessuna parte e così, finita la maturità, ho fatto le valigie. Una mattina sono scesa all’alba, come sempre, ma non ero pronta per portare le vacche al pascolo, avevo i jeans e una canotta.
Dove devi andare?
Me ne vado, la mia vita non è questa!
E dove pensi di andare?
A Padova!
Ancora questa storia? – mio padre era furibondo – Cosa pensi di fare lì? Le poco di buono vanno in città. Ti mangeranno.
Saprò cavarmela, io non voglio fare la vostra fine, voglio un’altra vita.
Sentii la guancia che pulsava e mi ritrovai piegata su me stessa, non avevo neanche sentito la sua mano, solo la sua forza, i suoi calli che graffiavano la pelle delle mie guance e la scalfivano.
Mi toccai dove sentivo il dolore e poi lo guardai in faccia:
Addio!– dissi salendo in camera.
Non durerai più di due giorni!
Mia madre piangeva, guardava e piangeva. Non ha mai fatto altro, mai preso posizione. Mai una parola di conforto, né una contro mio padre.
Uscii da quella porta con la chiara convinzione che non sarei più tornata, né mi sarei più fatta sentire, cosa di cui ero ancora convinta due giorni fa.

Scesa dall’autobus, vi avvio verso casa, su per quelle stradine di sassi, nate per i carri e per le mandrie, non per le auto. L’odore è rimasto uguale, mi fermo: sa di stalla e di prato, di tutte quelle erbe spontanee che coprono i pascoli. Anche i rumori non sono caambiati: le campane delle mucche in lontananza, gli uccelli che fischiettano, le donne che parlano dalle finestre talmente vicine che possono bere il caffè insieme rimanendo ognuna a casa propria. Riparto, c’è solo un rumore che stona e che blocca tutti gli altri, il mio trolley: non è fatto per la montagna, per il ciottolato che contraddistingue quel vicolo; sento gli sguardi da dietro le tende, non mi volto a guardare, non mi serve, vado avanti verso il momento più difficile: bussare a mia madre. In casa dovrebbe esserci solo lei, se c’è. Chissà, forse è morta o forse si sono trasferiti. Non so nulla di loro.
Suono il campanello, hanno ristrutturato gli infissi e tutta la casa ma il nome ancora non c’è, qui non serve, tutti si conoscono.
Mi apre la porta una bambina di circa sei anni, capelli castani e ricci raccolti in una coda alta, le guance rosse di chi sta all’aria aperta tutto il giorno. Mi guarda seria, non sorride. Io non parlo, forse i miei si sono trasferiti veramente.
Nonna, nonna, c’è una signora che ti assomiglia alla porta.
Arrivo subito!– sento la voce di mia madre dalla cucina. L’ha chiamata nonna, riguardo quella bimba e in effetti ha gli occhi chiari di mio fratello, le labbra carnose di Lucia, la sua fidanzata di allora. Mentre sto lì ad osservarla, non mi rendo conto che mia madre si è avvicinata alla porta e mi sta fissando.
Ciao mamma. – riesco a malapena a dirle con voce fioca.
La piccolina mi guarda, la guarda, mi riguarda: – Nonna, perché ti ha chiamato mamma?
Mia madre scrolla la testa, come se improvvisamente fosse tornata alla realtà grazie a questa vocina.
Lei è la zia della foto che ho in camera, te la ricordi?
Zia Sandra? – chiede incredula, guardando la nonna e poi me e poi di nuovo lei. Alla fine si decide e mi abbraccia – che bello zia, benvenuta!
Nessun bimbo mi aveva abbracciato prima, le appoggio una mano sulla schiena ma capisce che c’è qualcosa di strano, si allontana, mi guarda, mi prende la mano: – Vieni, entra, devo raccontarti un sacco di cose, tranquilla, non ti abbraccio più. Nonna, dai, falle il caffè.
La piccola mi trascina dentro, la seguo e mia madre fa strada verso la cucina. Non mi ha ancora rivolto la parola.
Ѐ tutto cambiato, la vecchia cucina non c’è più, ora ne hanno una marrone in perfetto stile montagna.
Io sono Elisabetta e sono la figlia di tuo fratello Giovanni e di mamma. Il nonno dice sempre che sei morta, ma io non ci credevo, anche perché la nonna mi diceva che saresti tornata. Vedi nonna, avevi ragione!
Eh già,– sono le prime parole che mia madre pronuncia sedendosi di fronte a me preparando la tazzina per il caffè. – Come stai?
Bene. – le rispondo con un sorriso lieve – qui avete cambiato tanto.
Quando tuo fratello si è sposato, abbiamo risistemato un po’ tutto.
Eh sì, noi abitiamo di sopra. – risponde Elisabetta – ma ora non posso portarti perché i miei fratellini dormono.
I tuoi fratellini?– chiedo incredula
Sì, Mattia a quattro anni e Silvia e Francesco due, sono gemelli! E i tuoi bambini dove sono?
Ehm...io non ho bambini.
Ah no? E perché?
Non so cosa rispondere, in fin dei conti non c’è un vero motivo per il quale io e Alberto non abbiamo ancora pensato ad avere figli.
Elisabetta non si fanno queste domande. – interviene mia madre
Scusa! – dice la piccola guardandomi con gli occhi pieni di vergogna.
Non ti preoccupare. In realtà non c’è un vero motivo, stiamo solo aspettando.
Ma hai il moroso?
Certo, si chiama Alberto e ha l’età del tuo papà.
E non avete ancora bambini?
Questa cosa sconvolgeva quella piccola più di qualsiasi altra notizia, neanche che una zia morta avesse bussato alla porta era più tremendo del fatto che a trent’anni non avessi ancora figli.
Dal piano di sopra si iniziano a sentire degli strilli.
Mia madre versa il caffè nelle tazzine e poi scompare sulle scale.
Si sono svegliati, vedrai sono terribili.
Davvero?
Sì, sì! Proprio tremendi.
Sorrido, quella bambina sembra fin troppo sveglia per la sua età. Assomiglia tantissimo a sua madre e così decido di chiederle della sua famiglia, anzi della nostra famiglia.
Mamma e papà dove sono adesso?
Papà è con il nonno al pascolo, fra poco tornano. Mamma è al negozio, lavora con sua sorella, vendono le cose di legno per i turisti, fra poco torna anche lei. Mangiamo tutti assieme e così ti vedranno.
Eh, non so se posso mangiare qui!
Certo che puoi, abitavi qui, poi dobbiamo far vedere al nonno che sei viva, non ci crederà.
Era la cosa che mi spaventava di più ma a Elisabetta non potevo dirlo.
Magari vengo solo a bere il caffè.
No, fermati per pranzo. Mi fa piacere e anche tuo fratello sarà felice di vederti. – dice mia madre tornando in cucina con un bimbo in braccio e due che la seguono
Ciao, – li saluto e loro ricambiano con la mano – e papà? Sei sicura che a lui vada bene?
Tranquilla zia, quando lo sento vado a dirglielo io così non sviene se ti vede! Lo so che i morti fanno paura, ma tu non sei morta.
Vai a prendere il pane con la zia, Elisabetta? – chiede mia madre guardandomi.
Ritorniamo fuiri, per quelle vie strette, giù di nuovo e poi subito a sinistra. Eccolo il panificio, sempre uguale. Non mi riconoscono, ma Elisabetta racconta a tutto chi sono, mi guardano straniti e mi salutano. Mi rendo conto che questi anni mi devono aver cambiata o forse, per tutti, io ero morta. In fin dei conti avevo rinnegato loro e questa terra.
Ritornammo a casa, Elisabetta mi stava raccontando di quello che combinavano i suoi fratelli, aprendo la porta sentii le voci di due uomini, mi affacciai alla porta della cucina piano, la piccola era davanti a me, corse in braccio al nonno urlando festosa:
Nonno, nonno guarda, la zia è viva. Guardale che bella che è!
I suoi occhi incrociarono i miei, erano più stanchi di dieci anni fa e meno arrabbiati. Non parlò, mi venne incontro e mi abbracciò.

giovedì 11 maggio 2017

33 è un numero importante

Ok, devo dire che compiere 33 anni è dura, cioè negli ultimi tempi ci pensavo e il 33 mi ricorda quando da piccola la gente diceva: 'te ga i ani del Signor!' e io pensavo: ' Che vecchi!', bene, chiaramente io ora non mi sento così vecchia ma per qualcuno evidentemente lo devo essere.
Oh Santo Cielo, comunque 33 è un numero importante, non solo per Gesù (che tra l'altro detta tra noi, eviterei di fare quella fine, insomma se proprio mi devono uccidere, meglio sul rogo come le streghe, mi sentirei più a mio agio, come strega intendo: sì sapete, sono una di quelle che si cura dall'omeopata e che non vaccina le figlie perché non si fida delle multinazionali e dei farmaci, che va ai corsi di respiro, perché puoi star meglio solo cambiandolo, che compra l'olio di canapa, mangia bio, si fa i saponi e le creme in casa coltivandosi le piante aromatiche, fa pure le grappe e i liquori e corregge le figlie se sbagliano un congiuntivo, che aiuta un profugo a scuola e che ospiterà dei perfetti sconosciuti in casa. Quindi ho tutte le caratteristiche della strega medievale.) ma, torniamo al 33, perché ritorna spesso come numero, visto che siamo in tema con questi giorni, c'è il canto, poi ci sono i 33 trentini, poi è un numero perfetto perché c'è tutta la storia del 3, poi te lo faceva dire il medico per sentire i polmoni....insomma mica un numero a caso. Lasciatemi almeno queste vane teorie per non ricordare che: 'cavolo ne ho già 33 e ne vorrei rifare almeno 13 di questi.'
Ora, facciamo outing, superati i 30 e varie vicissitudini non carine, ho deciso che nella mia vita dovevo fare solo cose che mi piacevano e che soprattutto non mi creavano un'ansia stressante troppo forte e che mi facevano sentire in pace con me stessa e... guardacaso, ho scoperto che sono brava a farle.
Ma guarda te!
Fare la tutor dell'apprendimento, ossia fare ripetizioni ( ma dire tutor è più specifico e più figo) mi piace parecchio anche se talvolta mi sfinisce. Eh sì, determinati lavori anche se fatti per 4 ore al giorno valgono come altri fatti per 8/9 ore, credetemi. E siccome dovevo sentirmi a posto con la mia coscienza mi sono fatta la partita iva. Pago tasse? sì. Ho alzato i prezzi? No. Mio marito si incazza per questo? Sì. Ma chissenefrega non diventerò una magnate dell'apprendimento ma io non ho la minima intenzione di sfruttare le famiglie e nel momento in cui posso godermi qualche viaggio in più (chiaramente low cost) a me basta e avanza.
E poi finalmente ho una grande enorme passione: scrivere. Mi piace veramente tanto, il blog di scrittoriincorso (andatelo a vedere e mettete 'mi piace' sulla paginafb perché merita) è dentro di me e anche chi ne fa parte. Credo che alcuni di loro siano proprio dei veri amici, anche se non li ho ancora mai conosciuti di persona (lo so sembra assurdo, ma siamo gente che scrive storie inventate, pensate veramente che siamo normali?).
Se ho altro che mi piace? Certo, la politica, fare il consigliere di minoranza è dura, veramente, ma superato lo scoglio delle due ore del consiglio in cui mi sento veramente tanto ingenua e un po' il giochino dei politici navigati, mi rendo conto che posso e voglio una politica diversa, che sia amministrare e lavorare con i cittadini e per loro e questo mi piace, tanto. Ascoltare i problemi, cercare una soluzione, lottare insieme. Questa è la politica che voglio, quella che le cose le vuole cambiare e fa di tutto per farlo e sono contenta di avere un gruppo in formazione, oggi, che la pensa come me, che si spende per fare. Siamo un po' dei pazzi idealisti che si stanno ancora capendo tra di loro, ma diamo anche l'anima per  fare, essere e vivere meglio in questo bellissimo paese.
Tranquilli, il mio outing è quasi finito, altrimenti vi rompete le palle e non mi leggerete mai più. 
Ultima cosa che devo assolutamente segnalare del mio ultimo anno, è il mio gruppo preferito su 'whatsapp' (mi dispiace per gli altri), un pazzo insieme di mamme (anche qui, mica mai viste tutte) eppure abbiamo tante di quelle cose in comune, che ogni giorno ci scambiamo un sacco di info e sembriamo proprio delle adolescenti sempre con il cel in mano, ma ripeto chissenefrega.
Ecco la parola del mio ultimo anno è chissenefrega, io ho capito come voglio vivere e quindi ho deciso che vale la pena di farlo.


mercoledì 22 marzo 2017

ormoni primaverili


Mi sto pettinando davanti allo specchio nel vano tentativo di avere i capelli vagamente in ordine per la cena di primavera a “Rive Rosse”, quando mio marito entra in bagno completamente nudo. Anni e anni di film romantici e di libri erotici mi fanno sprigionare tutti gli ormoni dispersi per il corpo. Mi appresso a lui, che nel frattempo si è avvicinato al water dandomi la schiena, avvicino la mia mano destra alla sua natica accarezzando dolcemente quel muscolo ancora tonico , mentre con l’altro lo abbraccio e ringrazio il cielo che i primi caldi lo risveglino così.
Lui, con fare molto gentile, mi sposta la mano dalla natica: - Scusa!- dice dolcemente mentre penso a chissà quale sia la posizione che vuole prendere e invece... si siede sul water e mi dice: - mi scappa!-
Un po’ schifata tolgo le mie braccia dal suo corpo e mi volto prima di soppiantare l’immagine erotica con una fecale.
Finita la depurazione corporale che inquina l’ambiente circostante, se ne ritorna in camera mentre io finisco di rendere accettabile la chioma.
Ho ancora gli ormoni scossi da quella fantomatica provocazione, o meglio da quella che io credevo essere una provocazione e decido, da buona femminista, di riprovarci, in fin dei conti non è scritto da nessuna parte che debba essere sempre l’uomo a fare la prima mossa. Me lo immagino già, io arrivo con passo seducente e occhio erotico. Lui mi guarda e mi lancia sul letto:- Sveltina!- mi intima e via come Mr Grey.
Con tutti questi pensieri esco dal bagno, tiro dentro la pancia, risvegliando tutti i muscoli dopo anni di torpore, per fortuna gli addominali femminili capiscono la loro importanza in questi momenti e se riesci a non respirare per qualche secondo è fatta: pancia piatta e seno prominente.
Così, con un fisico alla Pamela Anderson, almeno io me lo immagino così, entro in camera, spingendo con forza la porta. Mi appoggio alla cassettiera con le dita della mano sinistra mentre metto la destra sul fianco. Posa da femme fatale. Non può che crollare di fronte a cotanta visione.
Ed effettivamente per i primi 20 secondi i suoi occhi puntano l’effetto push up e assumono il tipico connotato da accalappiatore sottolineato da un – mm- che fa esplodere in me punte di autostima altissime, neanche pretty woman si sentiva così quando Richard Gere la va a prendere all’appartamento.
- È tardi, dobbiamo andare!- continua ritornando a guardare le maglie nel cassetto.
Il mio fantastico castello….crolla inesorabilmente al suolo e mi ricordo che non respiro più da troppi secondi, la ciccia addominale recupera il suo spazio, i muscoli tornano in letargo, le tette si riafflosciano, le spalle si curvano e così Pamela Anderson diventa Pierino. Anche i capelli si riscompigliano. Scendo le scale notando come i miei ormoni stiano rotolando giù più veloci di me, sono ritornati alla modalità off.

Cena veneta


Io sono calabrese, vivo in Veneto da 15 anni ma ricordo come se fosse ieri il mio primo pranzo a casa dei genitori di amici:
‘Ti passo a prendere a meno dieci a mezzogiorno!’ mi disse la mia amica Clara.
‘Ah bello, facciamo colazione prima?’
‘ No...a mezzogiorno i miei ci aspettano per iniziare a mangiare.
A mezzogiorno? Di domenica? Ma questi mangiano all’alba?
Arrivai a casa di Maria e Bruno con lo stomaco pronto per la colazione e mi trovai con un pranzo a base di tipici piatti veneti.
Povera Maria si era impegnata tanto con tanto di antipasti, primi, secondi, contorni e dolce e io le ho fatto tante di quelle facce strane.
Antipasto: poenta, sc’ios e sopressa. Sopressa ok, la conosco. Sc’ios doveva essere un vino, in fin dei conti ero in Veneto quindi il vino sicuramente doveva esserci, ma quando mi arrivò il piatto vidi che era una cosa strana: una crema gialla con vicino un liquido marrone su cui galleggiavano delle cose strane. Oh Dio, qui mangiano vermi. Ho pensato. Ma da buona donna del sud, so che non si può lasciare niente nel piatto, altrimenti il padrone di casa si offende. Cominciai a mangiare con tutta la calma calabrese, cercando di capire cosa stavo ingurgitando, quando mi resi conto che tutti gli altri avevano già finito e stavano aspettando me: ‘Magna cea che te si nessa?’ Mi intimò Maria. Una persona evidentemente acculturata anche se un po’ maleducata mi aveva appena chiamato Nessi come il mostro di Lochness, che strani questi veneti che ti invitano a casa loro e ti offendono. Ma cea poi, che cavolo significa,ah...ho capito questa per offendermi mi storpia pure il nome, da Caterina, Cea come ci sia finito non l’ho capito. Fatto sta che appena ho messo giù la forchetta Maria aveva già levato il piatto e portato in cucina avvisandomi che stavano per arrivare i’ bigoi in salsa’...un sospiro di sollievo: bigoli col pomodoro. Poi ho visto arrivare sti bigoli con un sugo marroncino, Madonna ma qui non c’hanno neanche i pomodori rossi? ‘ Te sentirà che bona!’ mi ha detto Maria mentre mi porgeva il piatto. Il profumo pungeva un po’...forse è passata andata a male? Qui siamo al nord, se in Austria usano la panna acida, qui useranno i pomodori andati a male. Santo cielo dove sono finita?... Invece era buona e la mia amica questa volta me l’ha spiegato che la salsa è con le alici. Che sollievo. Naturalmente io stavo ancora mangiando e gli altri avevano finito da un bel po’. Notai lo sguardo spazientito di Bruno, il padrone di casa: ‘Ae 3 cumixia e partie? No finion pi’
Alle 3 hanno un party? Alle 3? Questi invitano le persone durante il pranzo a far festa? Ma mangiamo i primi con la gente che ci guarda? Sono proprio strani. Con il tempo ho capito che in Veneto si comincia a mezzogiorno e alle tre si è pure digerito.
‘Adess magna do sparasi; che je tant boni’ mi ha detto Bruno mentre stavo cercando di far capire al mio stomaco che doveva velocizzarsi. Ho alzato lo sguardo preoccupata: Madonna, qui si sparano durante il pranzo? Devo essere finita in una famiglia di cacciatori, saranno abituati ad una battuta di caccia per digerire, il tutto prima delle 3 che c’è il parti? Ma allora al parti mangiamo quello che abbiamo cacciato?
Non ci stavo capendo più niente, quando concentrata sul mio piatto cercavo di abbuffarmi e rispondere pure alle loro domande. Stavo infilando l’ultimo boccone nelle fauci quando Bruno mi ha intimato: ‘Varda de tociar puito des’
Madonna mia ma sto Bruno cosa voleva dirmi.
Con il cibo fermo allo stomaco, perché il mio apparato digerente era un attimo in difficoltà, mi avvicinai a Clara preoccupata.
‘Clara, scusa, ma non credo di voler partecipare alla festa, preferirei andare a casa!’
’Festa? Quale festa?Tranquilla, alle 3 per mio papà c’è solo il calcio!’
Sospiro di sollievo, il mio primo pranzo veneto era stato superato. Il primo dei tanti in cui ho potuto apprezzare gusti e sapori di questa terra e che mi hanno conquistata.

mercoledì 15 marzo 2017

Il primo amore

- Mamma, cosa si prova quando si incontra la persona giusta?- arrivò così placida e diretta la domanda di mia figlia e in un attimo mi resi conto che non era più una bambina. Dovevo immaginarmelo a quattordici anni ma per una mamma è sempre una cosa dura. Dopo quei trenta secondi in cui capii tutto ciò, cominciai a pensare a come risponderle mentre lei continuava a fissarmi interrogativa. Poi un lampo rischiarò la mia mente confusa di mamma:
- Avevo un anno più di te ed era il diciotto maggio. Chiusi gli occhi per concentrare tutte le mie attenzioni sulle labbra. Le sentivo vibrare leggermente, in preda ad uno stato di subbuglio che mi partiva dal cuore. Era tutto così strano, così tremendamente bello e strano. Aveva appoggiato dolcemente la sua bocca sulla mia mentre le nostre dita si incrociavano. Sentivo il calore delle sue labbra che mi riempiva dolcemente, sentivo ogni minimo particolare di quella sua parte del corpo. Era esattamente come lo immaginavo, come lo avevo visto in tutti quei telefilm americani. Mi sentivo proprio tre metri sopra il cielo.
- Mamma, ma non stai parlando di papà?-
- No!- le risposi sorridendo, ancora presa da quell’immagine di tanti anni prima.- La storia con papà la conosci e questa è quella che più si avvicina a quello che tu stai vivendo con Gabriele.
Le guance di Melissa si fecero rosse: - Tu come fai a saperlo?- mi chiese.
- Una mamma sa sempre tutto!- risposi facendole l’occhiolino.- Goditi amore questo momento, quando senti le gambe tremare appena lo vedi o quando corri perché ti è arrivato un sms e speri sia suo, e se lo è sorridi con ogni parte di te. È un momento bellissimo ma non sciuparlo, non avere fretta di diventare grande, ok? Ogni parte del tuo corpo vale tantissimo e chi hai davanti non la deve chiedere, se la deve meritare.
- Mamma, da quando fai discorsi così?- Melissa sembrava capire e anche no, effettivamente di solito ero poco profetica e molto diretta.
- Cavolo, sembro proprio la nonna!- ridemmo entrambe. Poi il suo cellulare tintinnò, era arrivato un sms, non serviva che mi dicesse chi fosse il mittente: i suoi occhi si illuminarono e la sua risata divenne un sorriso stupendo, un misto tra l’idilliaco e l’inebetito. Mi guardò, sorrisi e le dissi: -Vai!-
corse in salotto e si rannicchiò sul divano digitando a pazza velocità sulla tastiera touch del cellulare. Rideva da sola, cambiava espressione ad ogni sms in arrivo, trasmetteva attraverso i suoi occhi ogni emozione che le passava dentro. Era così bello vedere in lei quell’amore così sincero, puro e leggero dell’adolescenza, quello che quando finisce ti distrugge e ti forma ma che comunque rimane per sempre fisso e indelebile nella memoria. Continuai a guardarla finché non se ne accorse, sorrisi e tornai ai miei lavori di casa un po’ più felice.

sabato 4 marzo 2017

Pillole della settimana

in questa settimana ci sono stati piccoli episodi che vale la pena di condividere:
- i sogni talvolta diventano realtà, non l'avrei mai detto possibile e invece succede;
- tra i lavori su linkedin ho messo scrittrice e, cavolo, mi fa un po' specie ma ogni tanto bisogna pure buttarsi;
- è bello vedere che un proprio progetto continua dopo più di un anno: book exchange per adulti gira ancora e ne sono molto fiera;
- le domande delle mie figlie sono sempre più complesse, nell'ordine questa settimana abbiamo avuto: MADDALENA:cosa sono le mestruazioni ( da un punto di vista scientifico) ; cosa significa gay e cosa significa trans ( qui ha risposto lo zio supervisionato dalla mamma)
ADELE: perché dicono che i morti vanno in cielo quando ho visto che li mettono sotto terra; A: mamma dove sono le persone tornate dalla morte?  IO:Amore parlano di Gesù! A: No, io intendo nel 2017 dove sono? Io non le ho mai viste.
Perché ci sono tanto fuori ai funerali? Perché ci sono fuori in chiesa?
Da quest'ultima parte si evincono diverse cose: se Adele sta attenta durante le celebrazioni diventa più problematico che se fa casino; chiaramente ha il gene da ingegnere che deve capire tutto; diventerà atea perché è chiaro che solo ciò che sperimenta direttamente ha un senso per lei.
- Il mio primo romanzo si intitolerà: io e i miei herpes, una storia d'amore non corrisposta! Perché loro mi amano e non mi abbandonano ma io proprio non posso vederli...e neanche chi mi incontra.
- l'evento terribile della settimana: arrivare in camera già impigiamata e con il loro in mano, dimenticandosi che non hai ancora rimesso le lenzuola perché vale la regola d'ora: mai fare prima quello Che si potrebbe fare dopo!

martedì 17 gennaio 2017

IO CI SONO

Domenica io sarò alla marcia dei 1000 passi, non per buonismo o perché voglio 98 persone ammassate in un luogo non appropriato. Ci sarò perché è giusto ricordare che ci sono altri modi di affrontare i problemi, che ci sono esempi positivi di accoglienza e che ce li abbiamo proprio noi.
Io non sono convinta che dobbiamo diventare tutto un unico mondo di un colore informe, io credo fortemente nelle differenze, nelle peculiarità che ognuno ha.
Non mi vergogno a dire che sono veneta, ne tanto meno che abito in un paese chiamato Cusignana, grande come uno sputo e dove 'i fatti propri' non esistono.
Io sono quella che sono proprio perché sono nata qui, proprio perché sono veneta e proprio perché so questo, non ho paura di accogliere chi ha una cultura diversa dalla mia, una religione diversa.
Devo dire la verità, a volte ammiro i musulmani e la loro fede certa, perché dimostrano una cosa che qui si è persa e che dovremmo reimparare: la coerenza. Andiamo a Messa la domenica, ci sposiamo in una chiesa gremita con uno splendido abito bianco e poi abbiamo tanti di quegli scheletri nell'armadio che potremmo ricostruire un tirannosauro.
A me piace sentire che un genitore straniero parla ai suoi figli nella sua lingua, esattamente come io insisto con le mie perché usino il congiuntivo, non rinuncerò con loro ad insegnare un buon italiano e anche il dialetto (appena avranno ben chiaro e costante l'uso del congiuntivo e delle doppie) perché fanno parte di noi. Non dobbiamo aver paura dell'altro ma avere la certezza di ciò che è nostro, di quello che siamo stati e che siamo.
La scuola sarà anche noiosa, forse servirebbero metodi alternativi di insegnamento ma ci dà le basi per conoscere la nostra storia e per confrontarla con quella degli altri.
E proprio in quell'ambito, mi piace sapere che le mie figlie vivono ogni giorno con nazionalità diverse, con persone disabili, con colori diversi, con religioni diverse, con capacità diverse perché un giorno anche loro saranno la minoranza di qualcosa, tutti noi, una volta nella vita proviamo la terribile sensazione di non essere accettati, capiti ma soprattutto interpellati.
Io ci sarò perché credo nella diversità, perché sono sicura di ciò che sono e poi perché la mia esperienza personale mi ha vista più delusa e ferita da chi aveva il mio colore di pelle, la mia cadenza e il mio modo di vivere, e allora penso che il male non stia nella razza ma nella persona singola.
Oggi mandiamo all'inferno gente di colore, se domani mandassimo all'inferno i disabili, poi chi non ha un lavoro, poi chi ha difficoltà scolastiche, poi chi non studia, quanti di noi si salverebbero?