martedì 12 dicembre 2017

Vita da Bomber - Introduzione

Bomber si nasce, non si diventa. Il bomber, quello vero, non ha bisogno di presentarsi, madre natura lo dota di tale fascino, talvolta bellezza, e savoir faire, tale per cui una qualsivoglia donzella cade ai suoi piedi senza rendersene conto. Lui, non sempre maschio alfa, può solo accettare questa condizione e comportarsi di conseguenza nella speranza vana che il suo essere tiratore libero non lo renda oltremodo stronzo. Il bomber però può anche decidere di fermarsi o soffermarsi quando colei che ha davanti sa rendersi adeguata al suo oggetto di desiderio.
Caratteristiche principali del vero bomber:
- Eleganza innata nel momento in cui deve cuccare;
- Capacità di far uscire aria da tutte le parti del corpo con varia sonorità quando è in compagnia degli amici, con tanto di gara su persistenza e rumorosità;
- Capacità di fare solo festa molesta o viceversa rinchiudersi in casa per recuperare la festa molesta;
- Conoscenza di tutti i locali nell’arco di 30 km di casa, di tutte le serate a tema, di tutti i luoghi nei quali potersi imbucare sotto copertura, dove trova rigorosamente altri maschi sotto copertura;
- Conoscenza di tutti i modi per ubriacarsi: vino, birra ma soprattutto cocktail, perché il cocktail fa proprio bomber;
- Tendenza a perdere punti della patente o la patente completa a causa della festa molesta (vedi sopra) soprattutto se il soggetto ha chiara origine venetica;
- Tendenza a far finire male le storie seguite da un periodo di festa terribilmente molesta;
- Amici capaci di altrettanta festa molesta, sempre pronti ad arrivare in caso di bisogno, perché i gruppi di bomber non si abbandonano mai;
- Capacità culinarie, perché sì sa, il bomber conquista anche con la cucina;
- Tendenza a esagerare, sempre e comunque perché, per lui, il troppo non stroppia mai;

Il bomber è una specie di droga, prima ti affascina, poi la provi, poi non vuoi smettere, però è lui che se ne va, soprattutto quando si sente oppresso, perché il bomber innamorato, tende a farsi opprimere per poi scoppiare come una bolla di sapone. Ma soprattutto il bomber è un numero imprecisato e imprecisabile di storie tra il serio e il faceto, al limite del credibile e del vivibile...perché lui è sempre al di sopra delle linee e anche dell’immaginazione.

venerdì 10 novembre 2017

Lettera semicomica a OVS per la pubblicità con Bianca Balti

Cara OVS,
come puoi farci una cosa così? A noi, povere donne che vengono a fare shopping nel tentativo di sembrare più magre, più alte, più snelle, con meno pancia, meno rughe, meno cellulite grazie ai tuoi abiti. Come possiamo credere che le cose stiano bene a noi se osserviamo lei nei cartelloni pubblicitari? Quella ragazza starebbe bene anche se avesse un pile rosso a pois viola con dei pantaloni da meccanico macchiati di unto, i capelli sporchi di una settimana e uno 'schitto' che le cola sulla spalla. Capisci?
Una che ha già il culetto perfetto 'push up' non ha bisogno di pantaloni che tirino su. Insomma, dovreste trovare delle modelle più realisticamente bisognose. della serie, beh se è migliorata lei, miglioro anche io. No?
In più dovrebbe essere illegale prendere una persona che ha mantenuto quel fisico nonostante due gravidanze, perché la scusa ' ho partorito' è fondamentale per portare avanti la nostra autostima, altrimenti come facciamo a guardare una e dire: 'aspetta che partorisca, poi vedrai si allarga anche lei?'
Capisci, caro OVS, è tutta questione di psicologia fine.
Ti ringrazio comunque per una cosa, almeno hai una trentatreenne così almeno in qualcosa mi sento simile e posso dire: 'io sono un po' come Bianca Balti'

lunedì 23 ottobre 2017

E sono 9!

La notte scorsa mi sono svegliata sul divano verso l'una e mezza, ho avuto la malsana idea di guardare WhatsApp e farmi venire un coccolone allo stomaco per certe chat e così sono arrivata a letto bella  sveglia verso le 2 e ho pensato a te, 9 anni fa a quell'ora l'ostetrica mi stava invitando a spingere ancora, anche se tu eri già in fase bagnetto, nata da 13 minuti, e al mio 'perché?' Lei mi rispondeva ' per buttare fuori la placenta'. Così mentre il neo papà pensava di aver assistito al miracolo, io capivo bene da dove fossi uscita. Quella notte è cambiato tutto, la ricordo in ogni momento, da quando: ' beh Erika partorirai domani' al 'non puoi partorite qui' (10 minuti dopo) di un'ostetrica in agitazione perché ero in sala monitor; alla telefonata  ai nonni:
' ciao nonno'
' eh!'
'È nata Maddalena'
'Ma doveva essere domani'
Ai messaggi della squadra di basket perché i compagni del papà avevano aspettato svegli quel fatidico 'bip bip' che annunciava la tua nascita. Quella stessa squadra che oggi, con giocatori diversi, tifi come una forsennata, ricordando tutti i nomi ( a differenza di mamma che ha ancora qualche problema) e battendo 5 e pugnetto a tutti.
Una notte che ci ha cambiato completamente la vita rendendola un susseguirsi di emozioni, gioie, paure ed incazzature, sì perché i figli hanno la capacità di parti arrabbiare giornalmente eppure è così bello vederti grande e autonoma, vedere come dimostri le tue preferenze e come si vedano le tue doti e i tuoi difetti. Come mostri le somiglianze con me e con papà e come pian piano si stia formando la tua personalità. Tanti auguri Maddalena continua a crescere perché è la cosa più bella che ci sia.

lunedì 5 giugno 2017

Ritorno a Erto



“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuole dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquilli….”

Dopo aver letto queste parole ho deciso di tornare a casa, non so perché, ero ben decisa a non rivedere mai più questi posti e tanto meno chi ci vive, familiari compresi. Però mi si è mosso qualcosa dentro, le ho lette e la gola mi si è stretta come quando devi buttare fuori qualcosa in maniera talmente forte che vuoi piangere e gridare. Non l’ho fatto, neanche questa volta, ho mandato giù il groppo con un bicchiere d’acqua e sono andata a fare una passeggiata, poi sono tornata e ho preso il biglietto del treno per il fine settimana. Ed eccomi qui, sabato mattina in quell’Erto che avevo abbandonato, a due passi da quella diga maledetta. Ma per me qui tutto è maledetto, i negozi, le case, i prati: ricordi infami mi tornano alla mente, dopo quasi 10 anni non è cambiato nulla, solo la mia vita eppure non ho dimenticato.
Me ne sono andata sbattendo la porta a 19 anni, i miei non volevano che mi iscrivessi a lettere, non volevano che facessi la scrittrice, credevano solo che volessi assomigliare a lui, quell’uomo strano che ha scritto di questi boschi, che vive qui tra noi, che è uno di noi, che va all’osteria e intaglia il legno, che non si fa trovare dai giornalisti. Credevano che volessi essere come lui o come Tina Merlin, qui conoscono solo loro due e pensano che siano dei pazzi.
– Noi non siamo mica matti,– mi diceva mio padre – hai tante di quelle cose da fare qui. Se non vuoi lavorare la terra puoi andare a Longarone, cosa ti serve finire a Padova.
Abbiamo litigato tante, troppe volte, finché ho capito che non sarei arrivata da nessuna parte e così, finita la maturità, ho fatto le valigie. Una mattina sono scesa all’alba, come sempre, ma non ero pronta per portare le vacche al pascolo, avevo i jeans e una canotta.
Dove devi andare?
Me ne vado, la mia vita non è questa!
E dove pensi di andare?
A Padova!
Ancora questa storia? – mio padre era furibondo – Cosa pensi di fare lì? Le poco di buono vanno in città. Ti mangeranno.
Saprò cavarmela, io non voglio fare la vostra fine, voglio un’altra vita.
Sentii la guancia che pulsava e mi ritrovai piegata su me stessa, non avevo neanche sentito la sua mano, solo la sua forza, i suoi calli che graffiavano la pelle delle mie guance e la scalfivano.
Mi toccai dove sentivo il dolore e poi lo guardai in faccia:
Addio!– dissi salendo in camera.
Non durerai più di due giorni!
Mia madre piangeva, guardava e piangeva. Non ha mai fatto altro, mai preso posizione. Mai una parola di conforto, né una contro mio padre.
Uscii da quella porta con la chiara convinzione che non sarei più tornata, né mi sarei più fatta sentire, cosa di cui ero ancora convinta due giorni fa.

Scesa dall’autobus, vi avvio verso casa, su per quelle stradine di sassi, nate per i carri e per le mandrie, non per le auto. L’odore è rimasto uguale, mi fermo: sa di stalla e di prato, di tutte quelle erbe spontanee che coprono i pascoli. Anche i rumori non sono caambiati: le campane delle mucche in lontananza, gli uccelli che fischiettano, le donne che parlano dalle finestre talmente vicine che possono bere il caffè insieme rimanendo ognuna a casa propria. Riparto, c’è solo un rumore che stona e che blocca tutti gli altri, il mio trolley: non è fatto per la montagna, per il ciottolato che contraddistingue quel vicolo; sento gli sguardi da dietro le tende, non mi volto a guardare, non mi serve, vado avanti verso il momento più difficile: bussare a mia madre. In casa dovrebbe esserci solo lei, se c’è. Chissà, forse è morta o forse si sono trasferiti. Non so nulla di loro.
Suono il campanello, hanno ristrutturato gli infissi e tutta la casa ma il nome ancora non c’è, qui non serve, tutti si conoscono.
Mi apre la porta una bambina di circa sei anni, capelli castani e ricci raccolti in una coda alta, le guance rosse di chi sta all’aria aperta tutto il giorno. Mi guarda seria, non sorride. Io non parlo, forse i miei si sono trasferiti veramente.
Nonna, nonna, c’è una signora che ti assomiglia alla porta.
Arrivo subito!– sento la voce di mia madre dalla cucina. L’ha chiamata nonna, riguardo quella bimba e in effetti ha gli occhi chiari di mio fratello, le labbra carnose di Lucia, la sua fidanzata di allora. Mentre sto lì ad osservarla, non mi rendo conto che mia madre si è avvicinata alla porta e mi sta fissando.
Ciao mamma. – riesco a malapena a dirle con voce fioca.
La piccolina mi guarda, la guarda, mi riguarda: – Nonna, perché ti ha chiamato mamma?
Mia madre scrolla la testa, come se improvvisamente fosse tornata alla realtà grazie a questa vocina.
Lei è la zia della foto che ho in camera, te la ricordi?
Zia Sandra? – chiede incredula, guardando la nonna e poi me e poi di nuovo lei. Alla fine si decide e mi abbraccia – che bello zia, benvenuta!
Nessun bimbo mi aveva abbracciato prima, le appoggio una mano sulla schiena ma capisce che c’è qualcosa di strano, si allontana, mi guarda, mi prende la mano: – Vieni, entra, devo raccontarti un sacco di cose, tranquilla, non ti abbraccio più. Nonna, dai, falle il caffè.
La piccola mi trascina dentro, la seguo e mia madre fa strada verso la cucina. Non mi ha ancora rivolto la parola.
Ѐ tutto cambiato, la vecchia cucina non c’è più, ora ne hanno una marrone in perfetto stile montagna.
Io sono Elisabetta e sono la figlia di tuo fratello Giovanni e di mamma. Il nonno dice sempre che sei morta, ma io non ci credevo, anche perché la nonna mi diceva che saresti tornata. Vedi nonna, avevi ragione!
Eh già,– sono le prime parole che mia madre pronuncia sedendosi di fronte a me preparando la tazzina per il caffè. – Come stai?
Bene. – le rispondo con un sorriso lieve – qui avete cambiato tanto.
Quando tuo fratello si è sposato, abbiamo risistemato un po’ tutto.
Eh sì, noi abitiamo di sopra. – risponde Elisabetta – ma ora non posso portarti perché i miei fratellini dormono.
I tuoi fratellini?– chiedo incredula
Sì, Mattia a quattro anni e Silvia e Francesco due, sono gemelli! E i tuoi bambini dove sono?
Ehm...io non ho bambini.
Ah no? E perché?
Non so cosa rispondere, in fin dei conti non c’è un vero motivo per il quale io e Alberto non abbiamo ancora pensato ad avere figli.
Elisabetta non si fanno queste domande. – interviene mia madre
Scusa! – dice la piccola guardandomi con gli occhi pieni di vergogna.
Non ti preoccupare. In realtà non c’è un vero motivo, stiamo solo aspettando.
Ma hai il moroso?
Certo, si chiama Alberto e ha l’età del tuo papà.
E non avete ancora bambini?
Questa cosa sconvolgeva quella piccola più di qualsiasi altra notizia, neanche che una zia morta avesse bussato alla porta era più tremendo del fatto che a trent’anni non avessi ancora figli.
Dal piano di sopra si iniziano a sentire degli strilli.
Mia madre versa il caffè nelle tazzine e poi scompare sulle scale.
Si sono svegliati, vedrai sono terribili.
Davvero?
Sì, sì! Proprio tremendi.
Sorrido, quella bambina sembra fin troppo sveglia per la sua età. Assomiglia tantissimo a sua madre e così decido di chiederle della sua famiglia, anzi della nostra famiglia.
Mamma e papà dove sono adesso?
Papà è con il nonno al pascolo, fra poco tornano. Mamma è al negozio, lavora con sua sorella, vendono le cose di legno per i turisti, fra poco torna anche lei. Mangiamo tutti assieme e così ti vedranno.
Eh, non so se posso mangiare qui!
Certo che puoi, abitavi qui, poi dobbiamo far vedere al nonno che sei viva, non ci crederà.
Era la cosa che mi spaventava di più ma a Elisabetta non potevo dirlo.
Magari vengo solo a bere il caffè.
No, fermati per pranzo. Mi fa piacere e anche tuo fratello sarà felice di vederti. – dice mia madre tornando in cucina con un bimbo in braccio e due che la seguono
Ciao, – li saluto e loro ricambiano con la mano – e papà? Sei sicura che a lui vada bene?
Tranquilla zia, quando lo sento vado a dirglielo io così non sviene se ti vede! Lo so che i morti fanno paura, ma tu non sei morta.
Vai a prendere il pane con la zia, Elisabetta? – chiede mia madre guardandomi.
Ritorniamo fuiri, per quelle vie strette, giù di nuovo e poi subito a sinistra. Eccolo il panificio, sempre uguale. Non mi riconoscono, ma Elisabetta racconta a tutto chi sono, mi guardano straniti e mi salutano. Mi rendo conto che questi anni mi devono aver cambiata o forse, per tutti, io ero morta. In fin dei conti avevo rinnegato loro e questa terra.
Ritornammo a casa, Elisabetta mi stava raccontando di quello che combinavano i suoi fratelli, aprendo la porta sentii le voci di due uomini, mi affacciai alla porta della cucina piano, la piccola era davanti a me, corse in braccio al nonno urlando festosa:
Nonno, nonno guarda, la zia è viva. Guardale che bella che è!
I suoi occhi incrociarono i miei, erano più stanchi di dieci anni fa e meno arrabbiati. Non parlò, mi venne incontro e mi abbracciò.

giovedì 11 maggio 2017

33 è un numero importante

Ok, devo dire che compiere 33 anni è dura, cioè negli ultimi tempi ci pensavo e il 33 mi ricorda quando da piccola la gente diceva: 'te ga i ani del Signor!' e io pensavo: ' Che vecchi!', bene, chiaramente io ora non mi sento così vecchia ma per qualcuno evidentemente lo devo essere.
Oh Santo Cielo, comunque 33 è un numero importante, non solo per Gesù (che tra l'altro detta tra noi, eviterei di fare quella fine, insomma se proprio mi devono uccidere, meglio sul rogo come le streghe, mi sentirei più a mio agio, come strega intendo: sì sapete, sono una di quelle che si cura dall'omeopata e che non vaccina le figlie perché non si fida delle multinazionali e dei farmaci, che va ai corsi di respiro, perché puoi star meglio solo cambiandolo, che compra l'olio di canapa, mangia bio, si fa i saponi e le creme in casa coltivandosi le piante aromatiche, fa pure le grappe e i liquori e corregge le figlie se sbagliano un congiuntivo, che aiuta un profugo a scuola e che ospiterà dei perfetti sconosciuti in casa. Quindi ho tutte le caratteristiche della strega medievale.) ma, torniamo al 33, perché ritorna spesso come numero, visto che siamo in tema con questi giorni, c'è il canto, poi ci sono i 33 trentini, poi è un numero perfetto perché c'è tutta la storia del 3, poi te lo faceva dire il medico per sentire i polmoni....insomma mica un numero a caso. Lasciatemi almeno queste vane teorie per non ricordare che: 'cavolo ne ho già 33 e ne vorrei rifare almeno 13 di questi.'
Ora, facciamo outing, superati i 30 e varie vicissitudini non carine, ho deciso che nella mia vita dovevo fare solo cose che mi piacevano e che soprattutto non mi creavano un'ansia stressante troppo forte e che mi facevano sentire in pace con me stessa e... guardacaso, ho scoperto che sono brava a farle.
Ma guarda te!
Fare la tutor dell'apprendimento, ossia fare ripetizioni ( ma dire tutor è più specifico e più figo) mi piace parecchio anche se talvolta mi sfinisce. Eh sì, determinati lavori anche se fatti per 4 ore al giorno valgono come altri fatti per 8/9 ore, credetemi. E siccome dovevo sentirmi a posto con la mia coscienza mi sono fatta la partita iva. Pago tasse? sì. Ho alzato i prezzi? No. Mio marito si incazza per questo? Sì. Ma chissenefrega non diventerò una magnate dell'apprendimento ma io non ho la minima intenzione di sfruttare le famiglie e nel momento in cui posso godermi qualche viaggio in più (chiaramente low cost) a me basta e avanza.
E poi finalmente ho una grande enorme passione: scrivere. Mi piace veramente tanto, il blog di scrittoriincorso (andatelo a vedere e mettete 'mi piace' sulla paginafb perché merita) è dentro di me e anche chi ne fa parte. Credo che alcuni di loro siano proprio dei veri amici, anche se non li ho ancora mai conosciuti di persona (lo so sembra assurdo, ma siamo gente che scrive storie inventate, pensate veramente che siamo normali?).
Se ho altro che mi piace? Certo, la politica, fare il consigliere di minoranza è dura, veramente, ma superato lo scoglio delle due ore del consiglio in cui mi sento veramente tanto ingenua e un po' il giochino dei politici navigati, mi rendo conto che posso e voglio una politica diversa, che sia amministrare e lavorare con i cittadini e per loro e questo mi piace, tanto. Ascoltare i problemi, cercare una soluzione, lottare insieme. Questa è la politica che voglio, quella che le cose le vuole cambiare e fa di tutto per farlo e sono contenta di avere un gruppo in formazione, oggi, che la pensa come me, che si spende per fare. Siamo un po' dei pazzi idealisti che si stanno ancora capendo tra di loro, ma diamo anche l'anima per  fare, essere e vivere meglio in questo bellissimo paese.
Tranquilli, il mio outing è quasi finito, altrimenti vi rompete le palle e non mi leggerete mai più. 
Ultima cosa che devo assolutamente segnalare del mio ultimo anno, è il mio gruppo preferito su 'whatsapp' (mi dispiace per gli altri), un pazzo insieme di mamme (anche qui, mica mai viste tutte) eppure abbiamo tante di quelle cose in comune, che ogni giorno ci scambiamo un sacco di info e sembriamo proprio delle adolescenti sempre con il cel in mano, ma ripeto chissenefrega.
Ecco la parola del mio ultimo anno è chissenefrega, io ho capito come voglio vivere e quindi ho deciso che vale la pena di farlo.


mercoledì 22 marzo 2017

ormoni primaverili


Mi sto pettinando davanti allo specchio nel vano tentativo di avere i capelli vagamente in ordine per la cena di primavera a “Rive Rosse”, quando mio marito entra in bagno completamente nudo. Anni e anni di film romantici e di libri erotici mi fanno sprigionare tutti gli ormoni dispersi per il corpo. Mi appresso a lui, che nel frattempo si è avvicinato al water dandomi la schiena, avvicino la mia mano destra alla sua natica accarezzando dolcemente quel muscolo ancora tonico , mentre con l’altro lo abbraccio e ringrazio il cielo che i primi caldi lo risveglino così.
Lui, con fare molto gentile, mi sposta la mano dalla natica: - Scusa!- dice dolcemente mentre penso a chissà quale sia la posizione che vuole prendere e invece... si siede sul water e mi dice: - mi scappa!-
Un po’ schifata tolgo le mie braccia dal suo corpo e mi volto prima di soppiantare l’immagine erotica con una fecale.
Finita la depurazione corporale che inquina l’ambiente circostante, se ne ritorna in camera mentre io finisco di rendere accettabile la chioma.
Ho ancora gli ormoni scossi da quella fantomatica provocazione, o meglio da quella che io credevo essere una provocazione e decido, da buona femminista, di riprovarci, in fin dei conti non è scritto da nessuna parte che debba essere sempre l’uomo a fare la prima mossa. Me lo immagino già, io arrivo con passo seducente e occhio erotico. Lui mi guarda e mi lancia sul letto:- Sveltina!- mi intima e via come Mr Grey.
Con tutti questi pensieri esco dal bagno, tiro dentro la pancia, risvegliando tutti i muscoli dopo anni di torpore, per fortuna gli addominali femminili capiscono la loro importanza in questi momenti e se riesci a non respirare per qualche secondo è fatta: pancia piatta e seno prominente.
Così, con un fisico alla Pamela Anderson, almeno io me lo immagino così, entro in camera, spingendo con forza la porta. Mi appoggio alla cassettiera con le dita della mano sinistra mentre metto la destra sul fianco. Posa da femme fatale. Non può che crollare di fronte a cotanta visione.
Ed effettivamente per i primi 20 secondi i suoi occhi puntano l’effetto push up e assumono il tipico connotato da accalappiatore sottolineato da un – mm- che fa esplodere in me punte di autostima altissime, neanche pretty woman si sentiva così quando Richard Gere la va a prendere all’appartamento.
- È tardi, dobbiamo andare!- continua ritornando a guardare le maglie nel cassetto.
Il mio fantastico castello….crolla inesorabilmente al suolo e mi ricordo che non respiro più da troppi secondi, la ciccia addominale recupera il suo spazio, i muscoli tornano in letargo, le tette si riafflosciano, le spalle si curvano e così Pamela Anderson diventa Pierino. Anche i capelli si riscompigliano. Scendo le scale notando come i miei ormoni stiano rotolando giù più veloci di me, sono ritornati alla modalità off.

Cena veneta


Io sono calabrese, vivo in Veneto da 15 anni ma ricordo come se fosse ieri il mio primo pranzo a casa dei genitori di amici:
‘Ti passo a prendere a meno dieci a mezzogiorno!’ mi disse la mia amica Clara.
‘Ah bello, facciamo colazione prima?’
‘ No...a mezzogiorno i miei ci aspettano per iniziare a mangiare.
A mezzogiorno? Di domenica? Ma questi mangiano all’alba?
Arrivai a casa di Maria e Bruno con lo stomaco pronto per la colazione e mi trovai con un pranzo a base di tipici piatti veneti.
Povera Maria si era impegnata tanto con tanto di antipasti, primi, secondi, contorni e dolce e io le ho fatto tante di quelle facce strane.
Antipasto: poenta, sc’ios e sopressa. Sopressa ok, la conosco. Sc’ios doveva essere un vino, in fin dei conti ero in Veneto quindi il vino sicuramente doveva esserci, ma quando mi arrivò il piatto vidi che era una cosa strana: una crema gialla con vicino un liquido marrone su cui galleggiavano delle cose strane. Oh Dio, qui mangiano vermi. Ho pensato. Ma da buona donna del sud, so che non si può lasciare niente nel piatto, altrimenti il padrone di casa si offende. Cominciai a mangiare con tutta la calma calabrese, cercando di capire cosa stavo ingurgitando, quando mi resi conto che tutti gli altri avevano già finito e stavano aspettando me: ‘Magna cea che te si nessa?’ Mi intimò Maria. Una persona evidentemente acculturata anche se un po’ maleducata mi aveva appena chiamato Nessi come il mostro di Lochness, che strani questi veneti che ti invitano a casa loro e ti offendono. Ma cea poi, che cavolo significa,ah...ho capito questa per offendermi mi storpia pure il nome, da Caterina, Cea come ci sia finito non l’ho capito. Fatto sta che appena ho messo giù la forchetta Maria aveva già levato il piatto e portato in cucina avvisandomi che stavano per arrivare i’ bigoi in salsa’...un sospiro di sollievo: bigoli col pomodoro. Poi ho visto arrivare sti bigoli con un sugo marroncino, Madonna ma qui non c’hanno neanche i pomodori rossi? ‘ Te sentirà che bona!’ mi ha detto Maria mentre mi porgeva il piatto. Il profumo pungeva un po’...forse è passata andata a male? Qui siamo al nord, se in Austria usano la panna acida, qui useranno i pomodori andati a male. Santo cielo dove sono finita?... Invece era buona e la mia amica questa volta me l’ha spiegato che la salsa è con le alici. Che sollievo. Naturalmente io stavo ancora mangiando e gli altri avevano finito da un bel po’. Notai lo sguardo spazientito di Bruno, il padrone di casa: ‘Ae 3 cumixia e partie? No finion pi’
Alle 3 hanno un party? Alle 3? Questi invitano le persone durante il pranzo a far festa? Ma mangiamo i primi con la gente che ci guarda? Sono proprio strani. Con il tempo ho capito che in Veneto si comincia a mezzogiorno e alle tre si è pure digerito.
‘Adess magna do sparasi; che je tant boni’ mi ha detto Bruno mentre stavo cercando di far capire al mio stomaco che doveva velocizzarsi. Ho alzato lo sguardo preoccupata: Madonna, qui si sparano durante il pranzo? Devo essere finita in una famiglia di cacciatori, saranno abituati ad una battuta di caccia per digerire, il tutto prima delle 3 che c’è il parti? Ma allora al parti mangiamo quello che abbiamo cacciato?
Non ci stavo capendo più niente, quando concentrata sul mio piatto cercavo di abbuffarmi e rispondere pure alle loro domande. Stavo infilando l’ultimo boccone nelle fauci quando Bruno mi ha intimato: ‘Varda de tociar puito des’
Madonna mia ma sto Bruno cosa voleva dirmi.
Con il cibo fermo allo stomaco, perché il mio apparato digerente era un attimo in difficoltà, mi avvicinai a Clara preoccupata.
‘Clara, scusa, ma non credo di voler partecipare alla festa, preferirei andare a casa!’
’Festa? Quale festa?Tranquilla, alle 3 per mio papà c’è solo il calcio!’
Sospiro di sollievo, il mio primo pranzo veneto era stato superato. Il primo dei tanti in cui ho potuto apprezzare gusti e sapori di questa terra e che mi hanno conquistata.